Un anno all’insegna della Privacy

Quanto valgono i nostri dati, e perché dovremmo cominciare seriamente a preoccuparci delle nostre abitudini digitali

Quest’articolo è dedicato ai lettori affezionati del blog, e cioè non lo condividerò sui vari social e canali di distribuzione. Probabilmente quest’avviso non fregherà a nessuno ma trovo ugualmente giusto precisarlo.

Prima dell’arrivo del nuovo millennio erano anche in troppi a preoccuparsi del vecchissimo e famosissimo Millenium Bug, il bug che per colpa di quello “00″ (zero zero, che indicava il 2000) presente nelle nuove date, avrebbe fatto andare in tilt tutti i computer del pianeta, in quanto loro avrebbero creduto ad un ritorno al passato nel 1900.

Si è poi scoperto, giustamente, che si trattava solo di stupidaggini, in quanto tutti i computer riescono a gestire le date dal 1900 al 9999, e sicuramente il passaggio dal 1999 al 2000 non avrebbe creato alcun danno. Questo chi era nel settore lo sapeva, i giornalisti lo sapevano, eppure hanno voluto farci credere questa balla.

In realtà, il millennium bug secondo me è arrivato eccome, infatti dal 2000 ad oggi sono cambiate in negativo molte cose, troppe cose. La rivoluzione digitale ha subito un’impennata ad una velocità elevatissima, e questa invece di agevolarci non ha fatto altro che danneggiarci sempre di più, giorno dopo giorno.

Io ricordo che nella mia adolescenza avevo l’ora di internet giornaliera, un po’ per colpa degli elevati costi di una qualsiasi connessione a 56K, un po’ perché la connessione ad internet implicava l’avere il telefono occupato. In quell’ora io dovevo cercare di fare tutto ciò che mi ero programmato, dalle ricerche ad internet, alla musica, al cazzeggio, e finita quell’ora era tutto finito. Il computer aveva solo lo scopo di elaborare i dati in locale, non poteva fare altro.

Oggi la situazione è notevolmente diversa. Non solo abbiamo la possibilità di essere connessi alla rete 24h/24, ma abbiamo praticamente dei computer in tasca, connessi anch’essi 24h/24 anche se siamo al mare, in montagna, in volo, sotto terra.

Siamo obbligati ad avere uno smartphone

La rivoluzione digitale implica il possesso di uno smartphone a chiunque, per qualsiasi cosa, altrimenti

  • non puoi gestire il tuo conto bancario senza recarti fisicamente allo sportello
  • non puoi utilizzare il navigatore satellitare in auto
  • non puoi ricevere avvisi dal seggiolone di sicurezza se hai dimenticato tuo figlio in auto
  • non puoi sentire tua madre o tuo figlio, in quanto non ci si telefona più. O ci si scrive del testo, o ci si invia un audio vocale, il tutto attraverso un’app

Più passano gli anni e più obbligano l’utente a possedere un dannato smartphone. Fino all’anno scorso potevo entrare nel sito della mia banca e gestire il mio conto autonomamente dal computer proprio perché mi scocciava doverlo fare dallo smartphone, adesso invece sono obbligato ad utilizzarlo per confermare l’autenticazione dal PC. Assurdo.

Tutti i politici comunicano su Twitter e su Facebook, quindi se vuoi seguirli devi comprare uno smartphone, devi avere un account Twitter e uno di Facebook, e devi avere le loro app installate sullo smartphone che hai appena comprato.

Hanno vincolato la sicurezza dei soldi che hai in banca ad uno smartphone.

Hanno vincolato la sicurezza del tuo bambino ad uno smartphone.

Se il tuo smartphone ha un bug puoi perdere tutti i tuoi soldi, e anche il tuo bambino, perché la banca ha ricevuto da questo il check per l’operazione bancaria, e lo smartphone ha perso il collegamento con il seggiolone dove siede tuo figlio, chiuso in una macchina sotto al sole. La tua vita dipende da un dispositivo a forma di padella. Sei contento di questo?

Quando noi compriamo uno smartphone

Facciamo il grave errore di non notare parecchie cose, proprio quelle che dovremmo notare e di cui nessuno parla. Quando compriamo un nuovo smartphone e lo accendiamo per la prima volta siamo obbligati ad accettare delle clausole contrattuali, altrimenti non possiamo usare il dispositivo. E ti pare che dopo aver speso 400 e passa euro non lo uso per non cliccare su un pulsante di accettazione?

Ogni volta che installiamo particolari app, che ci registriamo a particolari servizi, noi accettiamo clausole ad occhi chiusi. Ci riempiono di parole che dovremmo leggere ma non lo facciamo, scrolliamo rapidamente fino in basso e clicchiamo su quell’Accetta che ci separa dall’utilizzo del servizio ed il dispositivo. Solo uno stupido potrebbe perdersi per così poco, no?

Google possiede il mondo, ha il potere di distruggere la vita di una persona, qualsiasi persona, semplicemente con un click. Tutto ciò che abbiamo è associato ad un account google: la nostra mail, il nostro dispositivo, la nostra auto, i nostri documenti su google drive, l’autenticazione a tutti quei siti a cui siamo registrati utilizzando il comando Entra con Google, e tutto il resto. Se il vostro contatto@gmail.com viene eliminato per qualsiasi motivo, voi non avete più accesso a nulla, nemmeno al vostro smartphone.

I nostri dati sono la cosa più importante che abbiamo

Quando decidiamo di accettare tutte quelle clausole, altro non facciamo che regalare i nostri dati a qualcuno. Quando ci registriamo a Facebook e installiamo la sua app, regaliamo a Facebook la nostra posizione, i nostri contatti, tutte le nostre attività, praticamente la nostra vita.

Google ci ascolta. Se non siete amanti della cucina cinese e non siete mai andati ad un ristorante orientale, dite periodicamente che avete voglia di cucina cinese, o che avete voglia di sushi. Improvvisamente da Google Maps arriveranno consigli su nuovi ristoranti cinesi nelle nostre vicinanze. Non sto scherzando. Provateci!

Nel 2017 ho acquistato una moto e da allora la utilizzo per andarci al lavoro. Dopo due settimane Maps mi ha chiaramente chiesto “Come stai andando al lavoro?“, non capiva più in che modo io mi stessi spostando. Passare dalle 2 ore con traffico ai 20 minuti secchi lo ha mandato in tilt, e non capendo da solo cosa stesse accadendo me l’ha chiesto!

Ogni anno Facebook è sotto l’occhio di uno scandalo per divulgazione di dati personali degli utenti su di esso registrati. Ogni anno WhatsApp è vittima di un bug che consente a terzi di prendere il controllo del vostro smartphone. Ogni anno, da qualche parte del mondo, viene scoperto un archivio non protetto contenente numeri di telefono di utenti di Facebook accessibili da chiunque. I prodotti di Mark Zuckerberg sono insicuri per i vostri dati, eppure siete obbligati a comunicarli se volete utilizzare quei servizi. Se vi registrate su Facebook con un nome fasullo, sarete prima o poi esclusi dal social.

Nessuno si preoccupa di mettere i dati degli utenti al sicuro. Lasciamo perdere le stronzate del GDPR, o la comunicazione dei cookie dei siti web. Se un colosso ha dati importanti e un Governo obbliga particolari condizioni per possederli, il colosso prende tutti i dati e li sposta su un server situato sotto un Governo che non obbliga alcuna accortezza.

Sanno cosa diciamo, sanno cosa facciamo, sanno con chi lo facciamo, sanno chi conosciamo. Queste persone sanno tutto di noi, nemmeno fossero l’FBI.

Quanto tempo passiamo online?

La domanda essenziale è proprio questa: quanto tempo perdiamo per regalargli i nostri dati? Si è stimato che nel 2019 gli italiani hanno perso in media più di 2 ore al giorno a cazzeggiare su un social network. Ora, non sarò un fisico nucleare, ma 2 ore al giorno fanno più di 30 giorni persi in tutto l’anno. Se avessimo investito quel tempo lavorando avremmo ottenuto uno stipendio in più, se lo avessimo investito in libri adesso avremmo sicuramente una cultura più consolidata. Se avessimo investito 30 giorni dedicandoli alla nostra famiglia, magari ci sarebbero meno divorzi. Se li avessimo investiti in allenamento saremmo meno obesi. Avremmo potuto fare qualsiasi cosa, e invece abbiamo deciso di sprecare un mese intero della nostra vita, solo nel 2019, regalando dati a qualcuno che li userà oggettivamente per guadagnarci, gratis.

Internet è stato creato per collegare più computer tra di loro, qualsiasi sia stata la loro posizione sul pianeta, per lo scambio di informazioni. È una risorsa potente ed immensa in grado di aiutarvi ad imparare sempre nuove cose semplicemente al costo di una bolletta telefonica. Auguro che in questo 2020 in molti si decidano ad utilizzare questa risorsa così per quello che è, e per quello che è stata inventata. Noi faremo del nostro meglio.

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Francesco

Fondatore e amministratore di Dummy-X dal 2007, condivido interessi, idee, progetti, e soluzioni informatiche. Non vendo prodotti, mi limito a descrivere tecnologie e a mettere a disposizione gli strumenti adatti per poter realizzare idee. Tutto ciò che scrivo è frutto della mia esperienza lavorativa e della mia voglia di imparare. Da sempre studio l'informatica in tutte le sue angolazioni (software, hardware, reti e sicurezza) e negli ultimi anni mi sono specializzato nello sviluppo di web applications. Sono sempre aperto a nuove sfide e alla ricerca e conoscenza delle nuove tecnologie.
 

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